Non ho difficoltà ad ammetterlo: sotto il profilo umano, ho sempre nutrito una profonda simpatia per Cesare Prandelli. Non solo perché è un mio coetaneo, classe 1957 (ma io sono nato in luglio, lui in agosto). Nella stessa misura in cui ho sempre detestato, persino quando ha condotto la Nazionale alla vittoria nel mondiale del 2006, gli atteggiamenti e persino il linguaggio da scaricatore di porto del suo predecessore Marcello Lippi. Tronfio e arrogante (e con un figlio implicato in torbide vicende di corruzione) quanto Prandelli si è sempre mostrato sobrio e contenuto: del resto la figura indegna della Nazionale in Sudafrica la dice lunga su quanto sia stato accanitamente sopravvalutato quel cialtronesco personaggio.
Cesare Prandelli è un uomo che sa cosa significa soffrire: cinque anni fa, dopo 25 anni di matrimonio, un male vigliacco gli porta via la sua compagna, Manuela, madre dei loro due figli Nicolò e Carolina. Cesare riemerge lentamente dalle macerie e si rimette al lavoro, con una tenacia quasi sovrumana: riscopre la voglia di vivere accanto a una nuova compagna, Novella, e dal 1 luglio 2010 è il nuovo coach degli Azzurri. L’esordio desta una certa inquietudine: il 10 agosto 2010 l’Italia perde per 0 a 1 un’amichevole contro la Costa d’Avorio a Londra. Mancano tre settimane all’avvio delle gare di Qualificazione per il Campionato di calcio Europeo: l’Italia non ha partecipato al primo del 1960 in Francia, è stata eliminata agli Ottavi di finale dall’Urss nel 1964 in Spagna, ha vinto in Italia nel 1968 battendo per 2 a 0 la Jugoslavia nella Finalissima (ripetuta dopo l’1 a 1 del primo match). Nelle successive edizioni, luci e ombre: eliminata in fase di qualificazione nel 1976 in Jugoslavia, nel 1984 in Francia e nel 1992 in Svezia; battuta nei Quarti di finale dai padroni di casa del Belgio nel 1972 e ai rigori dalla Spagna in Austria/Svizzera nel 2008; nella fase finale, eliminata dalla Germania in Inghilterra nel 1996 e da Svezia e Danimarca in Portogallo nel 2004. Ma ha anche conquistato il 4° posto in Italia nel 1980 e in Germania nel 1988; e soprattutto ha perso la Finalissima contro la Francia in Belgio/Olanda nel 2000, grazie al famoso gol di Trezeguet nei supplementari (ma ci rese il favore con gli interessi sbagliando il rigore decisivo del Mondiale 2006). L’Italia fa parte del Gruppo C, insieme a Serbia, Estonia, Slovenia, Irlanda del Nord e Isole Far Oer: un sorteggio decisamente favorevole.
L’avventura italiana in questa XIV edizione del Campionato Europeo di Calcio inizia allo stadio Le Coq di Tallin, in Estonia, il 3 settembre 2010. Cesare Prandelli ha impugnato due mesi prima le redini di una Nazionale svuotata e depressa dopo la catastrofe sudafricana, una squadra con il morale sotto i tacchi che non vince da quasi un anno: lo invocano come rifondatore degli azzurri quegli stessi giornalisti sportivi che si erano accaniti con truce sadismo mediatico contro il povero Roberto Donadoni, fino alla sua defenestrazione e al trionfale ritorno del presunto Salvatore della Patria Lippi, ancora sonnecchiante sugli allori del 2006. Il clima è gelido, piove a raffica con folate di vento, l’erba del campo è fradicia. Prandelli adotta lo schema 4-3-3: schiera Sirigu in porta; Cassani, Bonucci, Chiellini e Molinaro in copertura; Montolivo, Pirlo e De Rossi a centrocampo; Pepe, Pazzini e Cassano in attacco. Nella ripresa giocheranno anche Palombo, Quagliarello e Antonelli. Il primo tempo degli azzurri non è esaltante: il destro poderoso di Pazzini impensierisce un paio di volte il portiere estone. Cesare appare concentrato, quasi in trance: incurante del freddo, incita i suoi senza sosta, raddrizza, indica, corregge. Al 31’ però un brivido gli corre lungo la schiena: una punizione da 40 metri calciata con potenza da Vassiljev è respinta malamente da Sirigu, e nella mischia che ne deriva Zenjov brucia Cassani e porta in vantaggio l’Estonia. Al quarto d’ora della ripresa, l’Italia scaccia la paura grazie a un corner impeccabile di Pirlo su cui si avventa a incornare Cassano. Passano 3 minuti, e, ancora su angolo basso e teso di Pirlo, Cassano smista di tacco verso Bonucci che non perdona.
Rinfrancata dal debutto vincente, l’Italia scende in campo a Firenze il 7 settembre contro le Isole Far Oer: Prandelli conferma il 4-3-3 ma cambia mezza formazione, mettendo fra i pali Viviano, in difesa De Silvestri e Antonelli al posto di Cassani e Molinaro, Rossi e Gilardino come punte invece di Pepe e Pazzini (che entrerà nella ripresa insieme a Palombo e Quagliarella). Stavolta tutto fila liscio come l’olio: tre gol nella prima mezz’ora di gioco. All’11’ il solito corner calibrato di Pirlo incontra la testa di Gilardino che dal centro dell’area svetta su tutti e incorna in rete; al 22’ raddoppia De Rossi scagliando una cannonata al termine di un batti e ribatti; al 27’ Cassano conquista la palla al limite e scocca di destro una fiondata imparabile. Nel finale di gara, fioccano altre due reti: Quagliarella su assist di Montolivo e Pirlo su punizione, una sventola che s’infila sotto la traversa.
Trasferta insidiosa il 6 ottobre, a Belfast, contro l’Irlanda del Nord, squadra modesta ma coriacea. In difesa Prandelli inserisce Criscito al posto di De Silvestri e fa rientrare Cassani; a metà campo Mauri al posto di Montolivo; in attacco rientra Pepe e affianca Cassano assieme a Boriello. Nella ripresa giocheranno Marchisio, Pazzini e Rossi. Autorevole ma scarsamente incisiva, la squadra azzurra, tranne qualche sporadica vampata nel primo tempo, getta alle ortiche almeno 3 occasioni da gol. Finisce a reti inviolate.
Il successivo appuntamento è contro la Serbia il 12 ottobre, allo Stadio ”Luigi Ferraris” di Genova: dopo 6 minuti di gioco un branco di teppisti venuti da Belgrado scatena l’inferno sugli spalti, tenendo in scacco le forze dell’ordine. La partita viene sospesa: la vittoria sarà assegnata all’Italia a tavolino. Una pagina vergognosa del calcio europeo, con l’immagine dell’invasato capobanda degli ultras serbi, con il volto mascherato da un passamontagna nero, che con un paio di enormi cesoie squarcia la rete di recinzione e tenta di invadere il settore italiano.
A Lubiana l’atmosfera è assai più distesa: gli azzurri affrontano la Slovenia, formazione non certo irresistibile, ma compatta e veloce. Prandelli opta per un “albero di Natale”, un 4-3-1-2 con il sospirato rientro di Buffon fra i pali; Maggio, Bonucci, Chiellini e Balzaretti in difesa; Aquilani, Thiago Motta e Montolivo a centrocampo; Mauro mezza punta; Cassano e Pazzini in attacco. Nella ripresa giocheranno anche Marchisio, Nocerino e Rossi. A parte il palo colpito nel primo tempo da Pazzini a portiere battuto, la prestazione degli azzurri è opaca. Nella rispresa si fanno sotto, ma il portiere sloveno Handanovic è un portento. Anche gli sloveni sfiorano il gol, colpendo in pieno l’incrocio dei pali con Ljubijankic. Dopo lo scampato pericolo, ci pensa Thiago Motta al 27’ a regalare la vittoria all’Italia: una combinazione fra Cassano e Balzaretti sfocia in un tocco all’indietro per l’interista, che scarica un micidiale sinistro da fuori area assolutamente imparabile.
Si approda alle gare di ritorno con l’Italia saldamente in testa al suo Girone: imbattuta, ha colto 4 vittorie e un pareggio. Con 8 gol fatti e uno solo subito (la vittoria a tavolino sui serbi va esclusa dal computo), Prandelli possiede una difesa veramente inossidabile.
Il 3 giugno 2011, a Modena, Prandelli ripropone l’assetto romboidale 4-3-1-2 con Buffon in porta; in difesa Ranocchia e Chiellini centrali, Maggio e Balzaretti esterni; Montolivo sulla mediana; Pirlo in cabina di regia; Aquilani e Marchisio trequartisti; Rossi e Cassano punte di diamante. Nella ripresa entreranno Giovinco, Nocerino e Pazzini. Gli azzurri comprimono l’Estonia nella sua metà campo: al 21’ Cassano imbecca Rossi, che apre un corridoio in mezzo ai due centrali avversari e trapassa il portiere estone Pareiko. Raddoppia Cassano al 39’ con una sponda da accademia, risolta sul palo distante con un fendente rasoterra. Terzo e ultimo gol al 68’: appena entrato, Pazzini s’invola su assist di Montolivo e saetta in rete.
Il 2 settembre 2011 gli azzurri volano a Tórshavn, ospiti delle Isole Far Oer: Prandelli ripropone lo schema già utilizzato contro l’Estonia, cambiando qualche pedina. Criscito al posto di Maggio, Thiago Motta che subentra ad Aquilani, rientro di De Rossi che prende il posto di Marchisio. Nella ripresa giocheranno Aquilani, Pazzini e per qualche minuto Balotelli. L’Italia ha una partenza fulminante: all’11’ è giò in vantaggio grazie a un guizzo di Cassano, lanciato da uno dei consueti assist millimetrici di Pirlo. Sembrano le premesse di una goleada, e invece i padroni di casa si battono con tenacia e addirittura colpiscono il palo con Olsen. E di nuovo il legno ferma i nordici al 25’ della ripresa, a porta vuota con Holst. Gli azzurri stavolta vincono senza convincere.
Quattro giorni dopo, la Slovenia è ospite a Firenze: Prandelli lascia immutato lo schema ma cambia i difensori esterni (Cassani e Balzaretti al posto di Maggio e Criscito). L’Italia costruisce parecchio ma non realizza. Nella ripresa Prandelli sterza sul 4-3-3 e getta nella mischia Marchisio, Balotelli e Pazzini al posto di Motta, Montolivo e Cassano. Gli azzurri guadagnano metri e, a 6 minuti dal termine, Marchisio lancia in profondità verso Pazzini, che, favorito da un rimpallo, per la prima volta in assoluto nella storia degli Europei di calcio, regala la qualificazione matematica all’Italia con due giornate di anticipo. Del tutto pleonastiche le ultime due partite: 1 a 1 con la Serbia a Belgrado (gol di Marchisio) e 3 a 0 contro l’Irlanda del Nord a Pescara (doppietta di Cassano e un autogol). Via libera agli azzurri sul sentiero che li porterà alla fantastica Semifinale di domani sera contro la Germania: cronaca di questi giorni.